Nell’VIII a.C. una colonia di talassocrati egei, composta da Micenei e Fenici, venne ad insediarsi in un’isola dello Stagnone, posta nell’odierno tenere di Marsala, ( vedi Cluver) che loro chiamarono MTW in fenicio, e Motue in miceneo o in scrittura ionica. L’emporio fu per secoli l’avamposto della potente città di Cartagine, sita nell’opposta costa del nord d’Africa e fondata nel IX secolo.
Soltanto alla fine del V sec. e all’inizio del IV, dopo aver respinto gli attacchi dei Greci di Sicilia, per la maggioranza Dori, essa divenne una vera e propria città e si apprestò ad assumere il ruolo di città principale del distretto fenicio in Sicilia, sostituendosi in tal modo agli Elimi che fin da allora ne erano stati l’etnia dominante. Risale a questo periodo la splendida statua marmorea del “Giovinetto”, unica testimonianza dell’arte statuale greca classica.
La nascente potenza di Siracusa voluta da Dionisio che aspirava a divenire il principe dell’Isola, si scontrava con l’eparchia cartaginese, pertanto Mozia doveva essere distrutta, cosa che avvenne nel 397 a. C.
Subito dopo i Cartaginesi fondarono una colonia nella vicina terra ferma e la chiamarono “ Lilybeo”, secondo Esichio un termine onomatopeico sicano che significa “sorgente” ben conosciuta dai naviganti di allora, secondo altri “ promontorio che guarda il luogo della prostituzione sacrale”, quest’ultima da sempre praticata nella vicina città di Erice; tale città venne chiamata “Lilubaion” in dialetto ionico e “Liliboeum” in dorico.
Essa fu costruita con le più avanzate tecniche edilizie di difesa tant’è che Dionisio non potè espugnarla nel 368 a.C., così come Pirro, re dell’Epiro non potè farlo nel 276 a.C.
Se per questo neanche Lutazio Catulo, dopo ben dieci anni d’assedio, era riuscito a farla capitolare; la prese con l’onore delle armi nel 241 a. C. a seguito degli accordi presi con i mercenari Galli, difensori della rocca. Lilybeo, allora, diventò la città principale del distretto della Sicilia Occidentale, essendo l’altro distretto la grande Siracusa; infatti dal 75 al 73 la carica di questore fu retta dall’illustre Cicerone. Così come durante l’impero fu sede di una scuola neoplatonica che fu onorata dalla presenza per un trentennio del grande Porfirio (233/4 – 305), che può essere considerato una delle personalità più illustri vissute in Sicilia, come dice lo stesso sant’Agostino. Porfirio qui redasse gli appunti filosofici di Plotino che chiamò “ Enneadi”, nonchè quasi tutti i suoi scritti filosofici.
Lilybeo, come Mozia, prima assorbì tutto il traffico da e per l’Africa sia commerciale che militare. Da Lilybeo partì la flotta di Scipione l’Africano contro Cartagine, di Giulio Cesare contro Pompeo.
La maggioranza del vino greco o meglio di foggia greca, prodotto in Sicilia, passava attraverso il porto di Lilybeo per essere commercializzato sia a Roma che nelle province galliche; proprio a Lilybeo fu inventata l’anfora italica la quale prese il posto dell’anfora fenicia intorno al 175 a.C. ad opera di mercanti di etnia osca che fecero esplodere la coltivazione della vite in Campania e quindi anche resto della penisola.
Quando la Cristianità giunse a Lilybeo la stessa divenne sede episcopale e tra i suoi vescovi si annoverò Pascasino che ebbe l’alto onore di presiedere il Concilio di Calcedonia( 451 d. C.) quale rappresentante del papa Leone I . Quando cadde l’impero romano, Lilybeo divenne parte del regno vandalico; infatti i Goti la passarono a Trasamondo, re dei Vandali e nipote di Genserico, soltanto perché sua moglie, Amalafrida, sorella di Teodorico che era una gota, gliela portò in dote.
Durante questo periodo fu sito regio di una delle più famose accademie letterarie, la cui produzione è stata raccolta in un’opera da tutti chiamata “Anthologia Latina”. Più tardi nel 533 Lilybeo fu oggetto di un dissapore diplomatico tra Amalasunta, figlia di Teodorico, e Giustiniano, l’imperatore dell’Impero di Oriente che rivendicava la fortezza di Lilibeo come città vandala e non gota e pertanto suscettibile di far parte dell’Impero d’Oriente. Da quel tempo in poi la colonia italiana, di cui la Sicilia faceva parte, fu ammi nistrata dai prefetti imperiali; vari raid barbareschi dal VII secolo in poi sfociarono in una cospirazione contro l’Impero d’Oriente che causò la distruzione di Lilybeo e la successiva invasione araba ( vedi Amari) nel 827 A.D.
Sotto i Fatimidi alla fine del X secolo - il documento attestante il toponimo è infatti del 1040 - Lilybeo fu rinominata “Mars-Ali”, sia che si intenda “porto di Ali” che “porto alto”: era consuetudine da parte degli Arabi aggiungere al nome della città un appellativo encomiastico così El-Fustat divenne El-Cairo, ( la Trionfatrice). L’usus si ripetè nel 1505 allorchè Ferdinando il Cattolico aggiunse al nome della città di Marsala il titolo di “ Antiqua”.
I 250 anni di permanenza araba si ripercuotono non solo nell’architettura, nelle lettere e nelle arti, ma anche nell’agricoltura che, dopo la leadership rappresentata dai goti, vandali e bizantini, aveva segnato il passo soprattutto per la presenza dei “ latifundia” o come dicevano i bizantini “ Thema”.
Ne è prova la toponomastica del territorio, pervenuta fino a noi, dopo complessa evoluzione eufonica. Si riportano alcuni nomi quali: Birgi, Bellusa, Cacalupo, Rakalia, Caididi, Scacciaiazzo, etc.; altra prova è nella terminologia agricola tuttora in vigore soprattutto per quanto riguarda l’irrigazione dei campi, senia ( in italiano noria), sakia, ( canale sulla terra), catuso ( canale irrigante con tubi). La città venne ricostruita dal conte Ruggiero (XII sec), che la circondò di mura. 2 Durante il regno normanno e la ricristianizzazione dell’isola venne costruita la Chiesa dedicata a Thomas Bekhet , forse per risarcimento di immagine per la famiglia Plantageneta, allora retta da Enrico II in Inghilterra e da Giovanna, figlia di quest’ultimo in Sicilia.
La lunga guerra civile (1282) danneggiò Marsala, e nel 1392, quando giunsero i Martini, questi ultimi non riuscirono salvarla; tant’è che nel 1421 il vicerè Guglielmo Montagnans la comprò da Alfonso il Magnanimo anche se prontamente i cittadini riuscirono a riscattarla.
Tra il XV ed XVI secolo furono costruiti i monasteri di San Pietro, Santo Stefano, San Gerolamo, il Convento dei Cappuccini e il Collegio Gesuitico da alcune ricche famiglie come i Maggio e i Frisella; le mura, il quartiere militare, le torri di avvistamento e l’ospedale pubblico furono costruiti dall’Amministrazione Regia con l’apporto non indifferente dei suoi abitanti.
Tale imponenti opere furono figlie del commercio intrapreso dalla Mittel –Europa per ragioni di low-cost del lavoro con la Sicilia di allora.(vedi Wallerstein) cui vanno aggiunti gli otto arazzi donati dall’arcivescovo di Messina e marsalese di nascita Antonino Lombardo nel 1589.
Nel periodo umanistico-rinascimentale, nel campo della letteratura fiorirono Priamo Capozio, Vincenzo Culcasi e Tommaso Schifaldo, quest’ultimo frate domenicano che, dopo numerosi studi seguiti nelle Università italiane, fondò lo “Studium Litterarium “ a Palermo, sotto gli auspici dell’allora vicerè Lope de Ximenes de Urrea. Ebbe come discepoli Gian Giacomo Adria , Bagolino, ed altri.
Durante sia il Regno che il Viceregno Spagnolo, Marsala concesse in enfiteusi quasi tutto il proprio territorio comunale ai suoi cittadini, permettendo così che la città fosse in una situazione tale da non diventare facile preda delle mire dei baroni, creando una proprietà diffusa che non aveva luogo altrove: la città territorio. Ciò permise durante il blocco continentale a Marsala di poter essere scelta come base produttiva agricola, nella fattispecie vitivinicola, per il potenziale rappresentato dalla diffusa proprietà contadina.
La volontà delle potenze commerciali di avere meno lacci e laccioli nei loro traffici, segnò la fine del Regno delle Due Sicilie e favorì la spedizione dei Mille, a capo delle quale fu posto Giuseppe Garibaldi, già loro noto per le lotte sostenute in America Latina.
Il luogo dello sbarco fu individuato in base alla forte presenza straniera a Marsala e ai cospicui interessi vitivinicoli ivi allocati.
Marsala, a seguito dello sbarco di Garibaldi l’11 maggio del 1860, si inserisce a pieno titolo nella storia d’ Italia e viene riconfermato il suo ruolo di punto nodale per la Storia del Mediterraneo.
Se dobbiamo dare credito al detto Goethiano “ l ‘Italia senza la Sicilia non lascia riflessa la propria immagine nello specchio dell’anima”, qui sta la chiave del tutto”, la Sicilia , in quanto cul de sac d’Europa e quindi d’Italia, rappresenta quest’ultima al meglio delle sue peculiarità. Marsala rientra, pertanto, come tappa necessaria del Gran Tour d’Europa che porterà ad essere visitata dalle più illustri personalità dei secoli XVIII e XIX.
Con la nascita di sintetiche guide turistiche, che diedero accesso anche alla media borghesia di poter godere di un bagno di storia e di arte, furono fissati i “topoi” ovvero luoghi comuni che si possono sintetizzare in quattro:

la Sibilla , la donna nera, l’ebbrezza del vino, il respiro dell’Africa.

Della Sibilla lilibetana ne parla nel 1320 Fazio degli Uberti; nel 1537 il barone siciliano Arezio parla della pitonessa che non è menzionata dal dizionario di Suida, o Ethimologiae di Isidoro di Siviglia, ma menzionata soltanto da uno scrittore tardo romano Caius Julius Solinus (III- IV d.C.). Questo storico è il solo scrittore, greco o romano, ad argomentare sulla Sibilla.
Ancora oggi si ritiene che la Sibilla abbia divinato sul promontorio di Lilibeo e il fascino del suo vaticinare conduce ancora adesso ad un pozzo di acque dolci considerato suo anelato sito, posto sotto l’attuale Chiesa di san Giovanni.

Sulla donna nera. I viaggiatori rimasero stupiti vedendo che una parte dell’umanità, quella di sesso femminile e di qualsiasi età, era negata da lunghe vesti di colore nero, segno di lutti familiari dei quali le donne dovevano portare traccia imperitura. Usanza che metteva insieme in un gioco perverso le nere lunghe vesti delle donne islamiche, sempre molto presenti nel nostro immaginario, ed un ulteriore esercizio del potere religioso cattolico di mortificare il corpo della donna.

L’ebbrezza del vino nasce dal concetto che noi, eredi dei Magnogreci, abbiamo del vino, non un vino alimentare che accompagna i pasti e di poca gradazione alcolica, bensì un vino corposo, ambrato e ad alta gradazione alcolometrica, che viene utilizzato ad uso simposiale e post prandiale, e non infrapasto e/o conviviale. Solo all’arrivo di John Woodhouse e per il cosiddetto blocco navale continentale come misura antinapoleonica, anche il “vino marsala” entrò nel circuito commerciale di vino simposiale, facendo di Marsala una delle città industriali europee.

Dai tempi dei Romani che leggendariamente riportavano la storia di Strabone - che dalle colline lilibetane vedeva uscire la flotta dal porto di Cartagine - fino ai nostri giorni quando giungiamo a quel promontorio - che contende a Capo Bon il controllo di quel tratto di mare chiamato Canale di Sicilia -, nel silenzio del tramonto si può percepire il respiro della calda terra d’Africa

Bibliografia:

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  • TISSEYRE PHILIPP, Un’abbazia basiliana nel XIII secolo: S. Maria della Grotta di Marsala, in Federico e la Sicilia, Ediprint, Palermo, 1995
  • WALLERSTEIN IMMANUEL, Il sistema mondiale dell’economia moderna, Vol.1 L’agricoltura Capitalistica e le origini dell’economia mondo europea nel XVI
    secolo-2° ed, Il Mulino, Bologna, 1996
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  • AREZIO CLAUDIO MARIA, De situ Siciliane, Palermo, 1537
  • ALAGNA GIOVANNI, Marsala la città, Le testomonianze, Il territorio, Sigma ed. , Palermo, 1998
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